Antiterrorismo e diritti negati: il caso Binayak Sen

Segnalazione di un articolo di Tommaso Bobbio che rilancia la discussione sulle leggi speciali contro il terrorismo e sulle violazioni della privacy e dei diritti dei cittadini cui queste possono portare.

Sospetto e pregiudizio
Da "Il Contesto - rivista tematica", 13 aprile 2011
www.ilcontesto.org
Cosa succede quando la smisurata mole di dati personali in possesso dei governi viene usata in modo sbagliato? Cosa distingue un sospettato da un accusato? Gli attentati dell'undici settembre negli Usa hanno costituito il pretesto per approvare leggi straordinarie in materia di sicurezza in numerosi paesi in giro per il mondo. In realtà, innalzare i livelli di sicurezza ha significato abbassare le garanzie per l'individuo in quanto a diritto alla privacy e alla trasparenza dell'azione giudiziaria. L'esempio dell'India ci fa capire quali a derive negative tali leggi possano portare.

Il 14 maggio del 2007, Binayak Sen venne arrestato nello stato indiano del Chhattisgarh con l'accusa di essere un fiancheggiatore di gruppi terroristi maoisti. Presidente della sezione regionale della People's Union For Civic Liberties, una delle più importanti organizzazioni indiane in difesa dei diritti delle classi discriminate, Sen era un medico pediatra rispettato e famoso soprattutto per la sua attività in sostegno delle popolazioni tribali che abitano le zone rurali e forestali del Chhattisgarh. L'arresto di Sen da parte della polizia locale si inserisce all'interno di una grande offensiva che il governo indiano ha lanciato contro i “terroristi Naxaliti”, i gruppi armati di ispirazione maoista che dagli anni settanta lottano contro lo Stato e i suoi apparati, e che si considerano i difensori delle popolazioni tribali oppresse dalle politiche di sviluppo del paese.
Negli ultimi anni, il governo indiano ha notevolmente intensificato la battaglia contro la “minaccia Naxalita”, come l'ha definita il Ministro dell'Interno Chidambaram, anche attraverso la creazione di forze armate para-statali impegnate militarmente nelle zone “infestate” – sempre parole del ministro – dai maoisti.
Colpevole di aver prestato aiuto medico in prigione ad uno dei capi naxaliti locali, Narayan Sanyal, Binayak Sen venne arrestato e incarcerato, senza capi d'accusa formali, grazie alle prescrizioni dell'Unlawful Activities (Prevention) Act, l'ultimo derivato di una serie di leggi e decreti varati dal 2001 in poi per dare piu' poteri agli organi di polizia nella prevenzione della lotta al terrorismo. Il sospetto legame tra Sen e Narayan Sanyal e la presunta confessione di un altro arrestato per terrorismo fornirono basi sufficienti per procedere all'arresto e all'incarcerazione.
L'impianto accusatorio contro Binayak Sen e' stato interamente basato su elementi, quali la presenza di volantini naxaliti in casa sua, o presunte dichiarazioni in cui l'imputato simpatizzava con la causa dei ribelli, che tendevano a dimostrare il suo appoggio alla lotta armata. In quest'ottica, Sen e' stato accusato di sedizione e, nel dicembre del 2010, il tribunale lo ha giudicato colpevole condannandolo all'ergastolo. La sentenza contro Binayak Sen ha scatenato un grande movimento di opinione che ha superato in fretta i confini indiani, migliaia di persone da tutto il mondo hanno firmato appelli in difesa del “medico dei poveri”, premi Nobel come Amartya Sen e Muhammad Jounus hanno pubblicamente criticato il governo indiano, i governi di diversi paesi europei hanno condannato la sentenza e messo in dubbio la trasparenza del processo. Ma nonostante le proteste ufficiali e gli appelli Binayak Sen resta in carcere, governo e polizia locale si godono un attivista in meno a piede libero.
Oltre ai risvolti umani legati al caso specifico, la storia di Binayak Sen e' rappresentativa di una serie di inquietanti dinamiche avvenute negli ultimi anni in India, spesso mascherate dietro la bandiera della lotta al terrorismo.
Come lui, migliaia di persone si trovano oggi carcere, prelevate dalle loro vite senza capi d'accusa formali, in molti casi torturate al fine di estorcere confessioni che servano a giustificare il fermo di altri presunti terroristi o simpatizzanti. Nelle mani delle amministrazioni e polizie locali, e con il tacito beneplacito di Nuova Delhi, la lotta al terrorismo in India si tramuta spesso in arma politica per eliminare forme di dissenso e di protesta che si levano dalle zone più periferiche e dalle classi sociali più discriminate. Essere sospettato di far parte, o anche solo di essere un simpatizzante, di un gruppo terrorista e' abbastanza per essere arrestato e incarcerato. Tutto questo potere nelle mani della polizia deriva da una serie di leggi e di decreti d'urgenza varati nel corso degli anni per conferire poteri speciali agli organi che appunto si occupano di combattere il terrorismo.
Contrariamente agli Stati Uniti e a molti paesi europei, la storia di queste normative in India comincia molto prima degli attacchi alle torri gemelle. Già dalla metà degli anni '80 il governo aveva introdotto il Terrorist and Disruptive Activities (Prevention) Act, meglio noto come TADA, prima legge che prevedeva la possibilità misure speciali per contrastare fenomeni terroristici interni.
Con il passare degli anni, sigle diverse si sono avvicendate, dopo il TADA e' stata la volta del POTO (Prevention of Terrorism Ordinance), approvato nel 2001, del POTA (Prevention of Terrorism Act), promulgato nel 2002 e poi ritirato nel 2004 perché considerato eccessivamente repressivo. Tutte le misure più draconiane del POTA sono poi state reintrodotte come emendamenti di una legge molto più vecchia, la UAPA (Unlawful Activities Prevention Act), legge del 1967 emendata nel 2004 e poi di nuovo nel 2008, a seguito degli attentati di Bombay nel novembre di quell'anno.
A parte l'avvicendarsi di nomi diversi e sempre allarmanti, i punti salienti di queste leggi sono tre. Primo, una persona può essere arrestata e trattenuta sulla base di un sospetto, mentre la polizia ha 6 mesi di tempo per formalizzare i capi d'accusa e presentarli al giudice. Quindi, nella migliore delle ipotesi, e cioè che la polizia non riesca a trovare prove sufficienti, uno rischia comunque di passare 6 mesi in prigione senza motivi. Secondo, già il TADA introduceva la possibilità di considerare una confessione resa di fronte a un funzionario di polizia come prova in sede di giudizio. Il POTA ha esteso questo principio al punto che, se in una confessione l'accusato chiama in causa una terza persona, la confessione può valere come prova anche contro terzi. Ciò di fatto introduce a livello di legge il principio della delazione, con conseguenze drammatiche sulla trasparenza dei processi e sui diritti dell'individuo. Terzo, oltre alle confessioni, tali normative considerano come prove anche dichiarazioni ottenute tramite intercettazioni o altri strumenti di sorveglianza che attestino la volontà dell'accusato di compiere un reato grave o la sua adesione a organizzazioni considerate illegali. Il caso di Binayak Sen e' rappresentativo proprio di quest'ultimo punto. Come rilevato da Rajinder Sachar, ex giudice dell'Alta Corte di Nuova Delhi e già presidente delle People's Unioni For Civic Liberties, l'attivista e' stato condannato per sedizione non per aver commesso un “atto violento volto a rovesciare l'ordine dello Stato”, come prevede l'articolo per tale reato, ma solo sulla base di una sua presunta intenzione di commettere tale atti, dedotta da suoi discorsi e scritti contro le politiche dello stato.
La deriva che le norme anti-terrorismo hanno causato in India e' oggi abbastanza evidente, tali leggi sono diventate uno strumento nelle mani dei governi per arrestare o dissuadere persone o gruppi scomodi. Come Binayak Sen sono molti altri gli attivisti sociali arrestati per le loro campagne in difesa dei diritti di gruppi discriminati dalle politiche governative. Allo stesso modo, negli stati governati dal partito estremista indù, il BJP, sono numerosi i casi di attivisti Musulmani arrestati con l'accusa di essere terroristi islamici. Da questo punto di vista il caso indiano può sembrare molto lontano dalle garanzie dei nostri stati di diritto, ma in fondo non lo e'.
Come fatto notare dal filosofo Giorgio Agamben (La Stampa 27/11/2007), le disposizioni dell'ultimo 'pacchetto sicurezza' approvato dal nostro governo pongono fortemente l'accento sul problema della sorveglianza e sulla prevenzione, come se ogni cittadino vada considerato come un potenziale delinquente e vada quindi punito nel momento in cui si sospetta l'intenzione di commettere un reato. E se la storia di Binayak Sen ha qualcosa da insegnarci e' proprio che elevando il sospetto a reato si corre un rischio molto alto. Per citare ancora le parole del giudice indiano Rajinder Sachar, il caso Sen apre un pericoloso precedente, domani nella sua situazione potrebbe essere chiunque di noi.


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