L'India scheda il suo miliardo di abitanti

Da: Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2010 

“Mi chiamo Pratibha Devi Singh Patil, la mia residenza è a Jalgaon, nello Stato del Maharasthra”. E' iniziato così, con il buon esempio fornito pubblicamente dalla presidente della Federazione Indiana dalla residenza ufficiale di Rashtrapati Bhavan, a Delhi, “il più grande conteggio nella storia dell'umanità”, come l'ha definito il ministro dell'Interno Chidambaram. E che il censimento indiano rappresenti un'opera faraonica è un truismo documentato dalle cifre. Se poco più di un decennio fa i media nazionali esposero il faccino di una neonata, presunta miliardesima cittadina del subcontinente, oggi gli abitanti potrebbero essere già duecento milioni in più, prefigurando il sorpasso sulla Cina entro vent'anni – qualora Pechino mantenesse le sue norme liberticide in materia di controllo delle nascite. Tra funzionari governativi, insegnanti e volontari saranno due milioni e mezzo le persone che busseranno a 240 milioni di case in oltre settemila città e seicentomila villaggi nell'arco di almeno dieci mesi, con un dispendio pubblico di quasi 400 milioni di euro e circa undici tonnellate di questionari in diciotto lingue diverse.

Un'opera faraonica, dunque, che l'esecutivo esibisce al mondo e ai propri cittadini quale testimonianza di una crescente “grandeur” politico-economica. In realtà è anche un retaggio coloniale, concepito nel 1872 all'indomani delle prime grandi rivolte indiane. “Contare” i sudditi – e catalogare i loro diritti agrari - non era solo funzionale a generici scopi amministrativi. Si trattava di schedare la popolazione per controllarla meglio e per incrementarne il gettito. Ne scaturì in effetti una tassazione appesantita, soprattutto per le masse rurali, che per giunta aggravava le disuguaglianze rispetto ai preesistenti sistemi locali di prelievo e redistribuzione. E ne scaturì al contempo quell'insieme di categorie sociali – a cominciare dalle “caste” e “religioni” - che introdussero rigidità e lacerazioni largamente ignote nella tradizione del subcontinente. Il censimento è stato dunque un'arma sofisticata del “divide et impera” britannico che contribuì ad associare agli interessi della Corona alcuni gruppi a detrimento di altri, nonché a sovrapporre all'antico sincretismo teologico locale l'inedito concetto di “induismo”, col drammatico corollario, all'Indipendenza nel 1947, dell'istituzione separata di una “nazione musulmana” (il Pakistan) in perenne conflitto con l'India.

Quella “schedatura” del resto non è mai cessata. Da simbolo strisciante dello sfruttamento, il censimento è divenuto poi strumento decantato di ricostruzione postcoloniale. Sicché l'enorme rituale si perpetua, a ininterrotta scadenza decennale. Siamo alla quindicesima edizione, ma i contenuti dei questionari sono nel frattempo mutati proprio per esorcizzare i guasti britannici. Non si chiede ad esempio più la “casta” di appartenenza, onde limitare i fondamentalismi e, più in generale, la pericolosa prassi settaria di “contarsi” tra i diversi gruppi sociali alimentando tensioni e relative rivendicazioni politiche, economiche e territoriali. La priorità è divenuta l'integrazione, anche se il conteggio delle cosiddette tribù e caste ritenute marginali (“scheduled”) resiste fino ai questionari odierni, al nobile obiettivo di riservare loro contributi e quote di accesso alle strutture scolastiche e agli impieghi amministrativi.

E se i censimenti coloniali erano inzeppati di variabili razziali e religiose, ora prevalgono le materiali considerazioni economiche. Il governo vuole sapere perfino se le case sono fatte di fango, lamiera o mattoni, se al loro interno c'è una latrina e acqua, un fornello a gas o a legna, e se chi le abita disponga o meno di un telefono e di una connessione internet. L'indagine quindi permetterà forse anche di smontare il mito, alimentato dai dati ufficiali pregressi, della diminuzione della povertà nell'epoca delle politiche liberiste e dei tassi di crescita quasi a doppia cifra.

Su quella povertà ha trovato fertile terreno la violentissima recrudescenza della guerriglia maoista, che rappresenta una minaccia ancor più grave del terrorismo di matrice religiosa. E in fondo il censimento, come ai tempi britannici, riflette anche la funzione di controllo sociale, introducendo dati bancari, impronte digitali e foto che serviranno alle nuove carte di identità biometriche. Ma, almeno in apparenza, l'esecutivo tende la mano ai ribelli e promette: chi riempirà il questionario non sarà arrestato.


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