Confindustria in India (in ritardo)

Un articolo di Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2011

Capire l'India. Confindustria ci riprova.

Morgan Stanley spiega che entro i prossimi 12, massimo 24 mesi, l’India attrarrà 80 miliardi di dollari in investimenti diretti dall’estero. Confederation of Indian Industries, la CII, la Confindustria locale, aveva detto che nell’anno passato da poco (giugno su giugno) quegli investimenti erano già aumentati del 310%. E per completare la fotografia, l’ultimo studio di Ernst & Young scrive che “l’economia indiana guidata dai consumi continua a fare del Paese una destinazione altamente attrattiva”. Lo studio conclude garantendo che come “Rapid Growth Market” fra 14 mesi l’India raggiungerà la Cina.

E’ dunque opportuno che Confindustria accompagnata da Franco Frattini si metta in viaggio per portare di nuovo la bandiera italiana a Delhi. E, se possibile, nei cento altri luoghi della crescita indiana: un fenomeno decentrato. La difficoltà però non è andare in India, ovunque si voglia andare, ma restarci e capirla.

Non è la prima volta che il “Sistema Paese” visita in forze il Subcontinente. La prima fu nel 1995 all’Indian Engineering Trade Fair di Nuova Delhi, la grande fiera industriale che ogni anno era dedicata a un Paese. In quell’epoca, quando le riforme economiche di Manmohan Singh, allora il ministro delle Finanze, incominciavano a dare effetti concreti, i Paesi “guest star” approfittavano di quella fiera per entrare e mettere radici in un promettente mercato. L’Italia quell’occasione non la sfruttò: portò 150 espositori, la maggior parte dei quali alla fine smontarono gli stand e tornarono a casa.

C’era il nuovo mercato strategico della Cina e molti erano convinti potesse bastare. Un paio d’anni dopo il flop alla Fiera, un manager Fiat a Delhi mi disse qualcosa di stupefacente: “Ero a Detroit e non capisco perché mi abbiano mandato qui”. In un Paese senza strade non vedeva mercato dell’auto. Giapponesi e tedeschi si, e da tempo.

Ancora più curioso fu quello che nel 2001 mi disse Ajay Khanna, allora direttore della CII. Ormai l’india non era più un’ipotesi economica. In tutti gli anni precedenti Ajay e il chief economist di CII Tarun Das, mi avevano mostrato gli effetti concreti delle riforme economiche. Si smontava il Licence Raj, l’impero burocratico della carta bollata; l’industria privata, insulare e protezionista, si stava trasformando in “Corporate India”: ora andavano loro a comprare imprese all’estero. Per convocare l’assemblea degli azionisti della loro conglomerata, gli Ambani noleggiavano uno stadio di Mumbai.

Nel 2001Ajay era venuto in Italia a offrire un secondo invito alla Fiera di Delhi. In Confindustria ringraziarono ma spiegarono che in quel momento le imprese italiane avevano altre priorità. Niente da fare per l’India. Ajay era sconcertato. Infine venne il 2003, Italia presidente di turno dell’Unione Europea. Silvio Berlusconi doveva guidare la delegazione del vecchio continente all’annuale vertice Ue-India. A poche ore dalla partenza il Presidente del Consiglio cancellò la visita: gastro-enterite, fu la spiegazione. Gli indiani non lo dimenticarono.

A parte il caso di Berlusconi, andare in India è facile. Restarci è un altro affare. Se lo avessimo fatto molto tempo fa, avremmo scoperto già 15 anni fa il piccolo ma significativo successo di “Barista”: una catena di caffè che nelle grandi città ha insegnato agli indiani a bere cappuccini ed espresso, modificando la tradizione dei “tea wallah”, i garzoni che nelle strade e negli uffici servono bicchieri caldi di te al latte.

Scriveva Sashi Tharoor: “Non si può dire che un hindu è uno che prega Rama, frequenta il tempio di Shiva, crede nelle caste e nella reincarnazione, legge i Veda, considera sacra la vacca e si bagna nel Gange. Perché è possibile non fare tutto questo ed essere hindu”. Lo scrittore, ex vicesegretario generale Onu, ex ministro di Stato e molte altre cose, voleva solo sottolineare quanto sia difficile capire l’India. Noi ci abbiamo sempre provato poco. Quando scrivono di India di solito i giornali italiani sono pieni di banalità e di annotazioni sempre uguali: il pittoresco prevale su quel che accade.

Ora Confindustria cerca una nuova occasione. Per capire come fare business laggiù è utile ricordare gli errori passati e le parole di Yijay Mahajan, un guru dell’economia mondiale: “Il marchio globale dell’India senza la sua spiritualità, sarebbe un marchio difettoso”.


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