Il futuro dell'India tra manifatturiero e tensioni sociali

Dal Buongiorno Asia di Claudio Landi, 31 ottobre 2011

Dunque il governo centrale di Manmohan Singh, alle prese con un grave indebolimento, ha deciso di prendere in mano uno dei grandi squilibri economici e sociali dell’India moderna, il buco nero del settore manifatturiero. Mentre la Cina è diventata negli anni precedenti la Fabbrica del Mondo, the World Factory, l’India si è invece orientata verso il settore dei servizi: l’economia e la società indiane vedono una sovrarappresentazione del settore dei servizi. In ‘Occidente’ tendiamo a vedere, di questo amplissimo settore dell’economia indiana, il comparto dei servizi connessi con la moderna informatica; ma in effetti tali servizi rappresentano solamente una porzione limitata del tutto. In larghissima parte il settore dei servizi in India significa servizi a bassissimo valore aggiunto: dal commercio ambulante, ai servizi igienici per continuare ai trasporti privati o ai servizi di lavanderia. Si tratta appunto di servizi a bassissimo valore aggiunto che sono largamente inseriti nel sistema produttivo informale che predomina nell’intera società indiana.

Dunque iperestensione del settore dei servizi e predominio ‘strutturale’ del settore, o meglio dei modi di produzione informali. Tutto questo ha precise conseguenze negli assetti profondamente squilibrati dell’India: in primo luogo produce una bassa capacità di controllo reale da parte dello Stato e dell’apparato pubblico nei confronti della società indiana e, al contrario, una fortissima presenza e un consistentissimo ruolo di caste e sottocaste che di fatto gestiscono il mondo dell’economia informale, costituendone spesso la vera ossatura.

In secondo luogo, c’è una bassa creazione di posti di lavoro, il che non costituisce propriamente un fattore positivo per un paese immenso dalla immensa popolazione, per di più con una enorme componente giovanile. Come dare da mangiare, come dare una chance sociale ad un popolo così vasto e così giovane senza una sufficiente creazione di posti di lavoro, in particolare nel settore manifatturiero? Uno squilibrio che mette a rischio l’equilibrio sociale stesso dell’India moderna.

La soluzione trovata dal governo di Delhi? Creare tanti Parchi Industriali dove far prosperare l’industria moderna con una dotazione di adeguate infrastrutture (l’India ha un gravissimo deficit di infrastrutture) e nel quadro di adeguate regole sociali ed ambientali. Sia chiaro: l’India è presente massicciamente anche nel comparto industriale, ma, quando leggiamo le quote percentuali rispetto al Pil complessivo e le quote per settori dell’economia indiana, allora salta immediatamente all’occhioo che i dati sono chiaramente fuori linea nella suddivisione fra settore agricolo, settore industriale e settore dei servizi.

Il piano predisposto dal governo nazionale punta esattamente in questa direzione, prevedendo in dieci anni 100 milioni di nuovi posti di lavoro, 10 milioni all’anno. Tutto bene dunque? Non proprio: la politica dei Parchi Industriali, per chi ha studiato la lezione della Riforma cinese e il ruolo di Zone speciali e Parchi, è decisamente interessante e importante; ma il fatto è che l’India non è la Cina. Non è la Cina per quanto riguarda popolazione e geografia, non è la Cina per quanto concerne i grandi gruppi imprenditoriali (in India per lo più privati e in mano a famiglie potenti, in Cina largamente collegati con il potere o la classe dirigente del Partito), non è la Cina per ciò che significa la riforma agraria e il ruolo dei contadini (in Cina la riforma agraria c’è stata ed è stata una faccenda seria a livello nazionale; in India al contrario solamente in due-tre stati, Kerala, West Bangala e pochi altri, c’è stata una riforma agraria decente).

Tutto questo ha reso complesso e contradditorio introdurre in India le Zone speciali: i Parchi che ora lancia il governo sono diversi, ma con le Zone speciali condividono un problema di fondo gravissimo. Ricordiamo \infatti che già l’introduzione di Zone economiche ha portato tensioni e conflitti sociali enormi. Il caso del Bengala è esemplare. Qui i programmi di investimenti industriali, fortissimamente voluti dall’allora governo comunista dello stato, hanno portato a scontri gravissimi con i contadini locali, a rivolte e eccidi, nonchè, alla fine, alla fuga di alcuni grandi imprese, la Tata Motors ad esempio, e alla fine della lunga egemonia locale del Partito comunista marxista.

Il fatto è che, per creare le Zone speciali ed ora i Parchi industriali, vengono espropriate terre indispensabili alla vita e all’economia del mondo contadino locale, popolazioni molto spesso a livello della mera sussistenza: per questi Parchi sono necessari, cadauno, ben 5000 ettari almeno! Gli espropri avvengono con compensi ridicoli per i contadini, che quindi perdono le loro risorse senza alcun risarcimento serio (e ciò detto per inciso grazie anche ai rimasugli della legislazione del governo coloniale britannico in India).

Morale: le Zone speciali, i Parchi industriali o i grandi progetti di sfruttamento minerario, sempre gestiti da gruppi privati, rischiano di comportare gravissime conseguenze per le popolazioni rurali e per le popolazioni tribali anche se il governo stavolta intende cercare di evitare alcune di queste conseguenze con le ‘nuove regole’. Purtroppo queste conseguenze, finora, hanno alimentato l’insorgenza maoista, un movimento armato di estrema sinistra, che ormai fa la guerra in una ampia porzione del territorio nazionale indiano, dal Bihar all’Andrha Pradesh passando per il Bengala, l’Orissa ed altri stati poverissimi del Nord dell’India.

Anche con la politica dei Parchi industriali ci saranno queste conseguenze, ci sarà nuovo combustibile per lotte sociali durissime e anche per l’insorgenza maoista? Sulla risposta a queste domande si gioca il futuro manifatturiero e l’equilibrio sociale stesso dell’India.


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